
il Settizonio, incisione datata 1546 |
Fino al XVI secolo, il viandante che avesse imboccato l'attuale via di San Gregorio, cioè la valle compresa tra i colli Palatino e Celio, che dal Circo Massimo corre verso il Colosseo, avrebbe certamente notato un'antica rovina, alta e di forma bizzarra, situata sul lato nord della strada, proprio di fronte alla chiesa di San Gregorio Magno.
Generalmente chiamata Settizonio (ma, come si dirà più avanti, aveva anche altri nomi), si presentava come una struttura dalla sezione a forma di L, con tre piani sovrapposti, ciascuno dei quali contornato da colonne.
Era ovviamente solo un frammento della costruzione originaria, assai più grandiosa, un'enorme prospetto formato da diversi corpi, alcuni simili a quello superstite, altri con un'alta nicchia nella parte inferiore, disposti in ordine alternato (vedi ricostruzione, in basso): ciò gli dava un senso di maggiore profondità, e faceva risaltare al massimo l'effetto di chiaroscuro.
A far costruire il Settizonio all'inizio del III secolo era stato Settimio Severo; durante il suo regno (193-211), l'imperatore aveva ristrutturato il quartiere imperiale sul Palatino, probabilmente includendo quest'opera a coronamento dei lavori. |
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La costruzione ebbe la duplice funzione di scenografico ingresso al quartiere imperiale, nonché di maestoso ninfeo, essendo decorata con statue, piante, fontane, ecc.
Il suo orientamento era verso meridione, cioè verso la via Appia, che poco oltre questo punto aveva origine, sicché chi giungeva a Roma da sud, al suo ingresso in città veniva accolto da questa vista grandiosa.
Si può immaginare che dopo l'abbandono del Palatino come sede della residenza imperiale - già Costantino nel IV secolo abitava presso il Laterano, in un'altra zona di Roma - il Settizonio dovette risentire dell'incuria e dei terremoti, finendo per diventare durante tutto il corso del medioevo una cava di materiale da costruzione prezioso e soprattutto gratuito, ciò che ne provocò la spoliazione di tutti i marmi che si trovavano a portata di mano. |

il Settizonio (freccia) davanti a San Gregorio, tra
il Circo Massimo (asterisco) e la via Appia (punto) |

ricostruzione del Settizonio |
A differenza di molti altri monumenti scomparsi, il Settizonio è frequentemente menzionato dagli autori antichi, a cominciare dallo stesso biografo di Settimio Severo, Elio Sparziano, il quale però non dice nulla riguardo all'origine di tale definizione. |
Ne fanno menzione anche diverse guide medievali, e i nomi che gli vengono attribuiti sono di volta in volta diversi.
Molti sembrano riferirsi al sole o agli astri: Septemsolium (nel Mirabilia Urbis Romae, dei secoli XI-XII), Septasolis (nel Graphia aureae urbis Romae, XI secolo), Septem Solia (nel Tractatus de rebus antiquis et situ urbis Romae, più noto come Anonimo Magliabechiano, primo XV secolo). Va detto che nei pressi esisteva anche una chiesa di S.Lucia in Septa Solis (o in Septisolio), da cui si può ipotizzare che tutti questi nomi facessero riferimento alle sette sfere celesti, cioè i sette pianeti che secondo la concezione tolemaica del cosmo ruotavano attorno alla terra. Si legge infatti nella famosa opera di Mariano Armellini Le chiese di Roma (1891) che ulteriori nomi dati all'edificio furono Septem viae o Septem vias, "a simboleggiare le sette zone o atmosfere del cielo". |

il Settizonio, col Palatino e un frammento
di acquedotto sullo sfondo, 1575 c.ca |

attuale veduta del luogo dove sorgeva il Settizonio,
alle pendici meridionali del colle Palatino |
Biondo Flavio (inizi del XV secolo) nel suo Instaurate Romae (Roma restaurata) segnala la costruzione anche come Septodium, mentre l'incisione di Etienne du Perac (qui in alto) reca una didascalia che informa i lettori: "...il vulgo lo chiama la scola di Virgilio".
Altri sostengono che il termine Settizonio potrebbe essere derivato dal nome stesso dell'imperatore, mentre l'ipotesi che fosse dovuto al fatto di avere sette piani (come a volte si legge), appare improbabile per le dimensioni che una tale struttura avrebbe dovuto avere. |
Il curioso moncone che rimase in piedi non mancò di richiamare l'attenzione degli artisti rinascimentali, i quali ne lasciarono diverse vedute, grazie alle quali abbiamo una seppur lontana idea di quale grandioso aspetto dovesse avere diciotto secoli fa.
Tutto ebbe fine sotto il regno di papa Sisto V, il quale attorno al 1588 non si fece certo scrupolo di abbattere quel poco che restava del Settizonio (opera ritenuta pagana) per utilizzare il poco
marmo rimasto nella sua campagna di modernizzazione e "smedievalizzazione" di Roma. Si legge in uno scritto del pontefice datato 23 maggio 1589: "Cavalier Domenico Fontana consignarete a Mutio Matthei o a chi esso ordinarà cinque pezzi di piperino di che si sono levati al Settizonio, quali li doniamo per servirsene alle sue fontane in Strada Felice et Strada Pia", cioè le quattro situate agli angoli delle attuali via Quattro Fontane e via del Quirinale-via XX Settembre (vedi Fontane, parte III pag.8). |

una delle Quattro Fontane, costruita col marmo del Settizonio |